• Il canto gregoriano nella Cappella Ducale di San Marco

    Questo concerto costituisce un unicum nel panorama gregoriano mondiale: il rito liturgico nella Cappella ducale di San Marco a Venezia. Si tratta del lavoro di ricostruzione operato nel 1980 dal prof. Giulio Cattin all’epoca docente di storia della musica all’università di Padova, la cui esplorazione prese il via da un motivo occasionale: un collezionista privato, fortunato proprietario di un antifonario ricco di miniature, si rivolse alla prof.ssa Giordana Mariani Canova, docente di Storia della miniatura all’Università di Padova, per un parere sul bellissimo esemplare ch’egli possedeva. La docente lo mostrò anche al collega prof. Cattin per una ricognizione sull’aspetto liturgico‑musicale. Entrambi si trovarono d’accordo nel giudicare il codice di origine veneziana, ma che il magnifico libro corale fosse meritevole di ulteriori indagini. Ottenuto il permesso dal proprietario, le ricerche ripresero con nuovo vigore e si allargarono, gradualmente, fino a raccogliere dapprima le testimonianze riguardanti l’ufficiatura quotidianamente celebrata in basilica, poi i libri che servivano per la celebrazione della messa. Con la collaborazione di Susy Marcon, curatrice del fondo manoscritti antichi della biblioteca Marciana, quasi senza rendersene conto, avevano posto mano alla globale ricostituzione del patrimonio librario della basilica di San Marco.
    La storia liturgico‑musicale di Venezia, una chiesa locale di formazione tarda, se paragonata a quella dei grandi centri europei di terraferma, ha la sua peculiarità nel repertorio e nel rito celebrato nella cappella ducale di San Marco, comunemente chiamata dal nome del santo titolare: chiesa di San Marco. In effetti, non è una questione meramente nominale, se è vero ‑ come a molti è noto ‑ che la chiesa di San Marco divenne sede del patriarcato di Venezia, e quindi chiesa cattedrale della diocesi veneziana, soltanto dopo la caduta della Serenissima, più esattamente a partire dal 1807. Prima di quella data San Marco, in quanto cappella del doge era la chiesa ufficiale dello stato veneziano; il vescovo di Venezia, che dal 1451 aveva assunto anche il titolo di patriarca precedentemente legato alla chiesa di Grado, risiedette sempre a San Pietro di Castello, che era pertanto la sua cattedrale. San Marco invece, come altre cappelle create dalle autorità politiche in Europa, era svincolata dal diritto comune, ossia non dipendeva dal vescovo locale, ma da un primicerius nominato direttamente dal doge, che godeva anche di alcune prerogative vescovili; inoltre, la cura della chiesa di stato era demandata alla prima delle magistrature della repubblica, la Procuratia de supra. Perciò, data l’autonomia di cui San Marco godeva, non stupisce che alcune modalità tipiche di quello che era chiamato «rito patriarchino» e perfino «rito marcolino» distinguessero la pratica liturgica della chiesa dei dogi dal comune rito romano. La gelosa osservanza delle autorità veneziane, oltre che il rispetto verso la tradizione da parte del clero marciano, valse a garantirne la sopravvivenza, tenendo testa ad ogni slittamento che, inevitabilmente, spingeva verso l’allineamento con Roma. La distinzione, anzi, fu esibita con vanto a dimostrazione dell’autonomia d’una chiesa che di nulla era debitrice verso chicchessia. Soltanto con il trasferimento della sede patriarcale e con l’assunzione del nuovo ruolo di cattedrale fu ufficialmente introdotto in San Marco il rito romano, il che peraltro non impedì che alcune precedenti melodie dei recitativi liturgici (prefazi, letture e via dicendo) siano state oralmente tramandate per alcuni decenni anche del nostro secolo, fino, e oltre, alla riforma del concilio Vaticano II.
    Il concerto tematico proposto prevede l’esecuzione di antifone e responsorii dell’Ufficio diurno e notturno che non hanno per testo il versetto salmodico più significativo, come d’uso nel rito romano, bensì narrano le vicende relative alla vita di San Marco: evangelizzazione del Veneto orientale, la scrittura del vangelo a Roma sotto dettatura dell’apostolo Pietro, la partenza per Alessandria d’Egitto dove fonda la Chiesa Copta, il martirio, la traslazione del corpo da Alessandria a Venezia e i miracoli del santo compiuti in terra veneta. Tutte queste vicende storiche che costituiscono i testi delle antifone e dei responsorii, sono desunte dalle “Passiones”, testi che narrano il martirio dei primi cristiani.

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  • Vultus Christi et afflatus Spiritus

    È un concerto che mette assieme parte del repertorio della Sindone (Vultus Christi) e parte di quello di Pentecoste (Afflatus Spiritus). Si tratta di una comparazione tra due stili musicali e liturgici: quello sindonico, tardivo e quello di Pentecoste, molto più antico. Si può individuare, però, anche un’altra comparazione, un po’ più spirituale e di fede: quella tra la materialità del volto sofferente dell’”uomo dei dolori” impresso nella Sindone, che la pietà cristiana ama venerare come l’immagine di Cristo, il Dio che si è fatto uomo per la nostra redenzione e l’immaterialità del “soffio dello Spirito”, di quel “penuma”, che agisce sulla Chiesa, costituita da uomini, lavandola dalle sporcizie, bagnandola nelle proprie aridità, sanandola dove essa sanguina per le ferite ricevute, piegando la durezza dei cuoi dei suoi esponenti, sorreggendola, confortandola e fortificandola permanentemente.

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  • Vultus Christi

    Concerto interamente modellato sull’antica liturgia della Sindone rinvenuta nella Biblioteca Nazionale di Torino. Nel mezzo di questo concerto è inserita la recitazione del cantico XXXII “Desiderio di perfetto amore – E io pur vorrei veder la tua sembianza” dal libro V: la Teorica del Divino amore, rinvenuto in una seicentina dal titolo: “Poesie spirituali” di Jacopone da Todi e conservata presso la Biblioteca Comunale di Treviso. Il repertorio costituisce una novità, perlomeno nelle località extra piemontesi dove il culto e la liturgia propria della Sacra Sindone, per ragioni esclusivamente geografiche, non è conosciuto. Tali brani sono ascrivibili ad un periodo tardivo della composizione gregoriana, addirittura alla piena decadenza e le ragioni sembrano sufficientemente chiare, legate alle vicende della Sindone stessa. La Sindone, telo venerato dalla Chiesa per aver avvolto il corpo di Cristo, dopo varie vicissitudini (non tutte ben documentate), da Gerusalemme a Edessa, da Costantinopoli ad Atene, fa la sua comparsa in Europa nella cittadina francese di Lirey nel 1353. È certo, quindi, che buona parte delle composizioni gregoriane relative non può essere antecedente a quella data. A quel tempo, la grande produzione gregoriana (meglio nota come “fondo classico”), si era ormai conclusa da circa 500 anni. Un’altra data importante per il repertorio musicale sindonico è il 1506, anno in cui papa Giulio II approvò la liturgia della Messa e dell’Ufficio, fissandone la festa al 4 maggio. È altamente probabile che quando papa Giulio II fissò la data della festività sindonica, già buona parte del repertorio fosse composta. La quasi totalità dei brani, sia del repertorio della Messa sia di quello dell’Ufficio, utilizza formule classiche centonizzate, talvolta anche arcaiche ma, nonostante ciò, in tutto il repertorio è riscontrabile una tardività compositiva. In merito a questa variegata eterogeneità compositiva si deve sempre tener presente che il canto cristiano, nel suo secolare sviluppo, sulla scia della tradizione orale, ha spesso utilizzato formule melodiche rivitalizzate dall’estro o dalle necessità del magister chori, quasi che queste fossero la sublime essenza di un sapere oggettivo, la volontà di uno spirito superiore, una voce da ascoltare e da ripetere per perpetuarne l’efficacia. Il canto gregoriano è diventato così la fonte alla quale hanno attinto i maestri dei cori di Chambéry e di Torino, per comporre le musiche da cantare durante le celebrazioni e le festività per la Sindone.

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  • Surgit Christus cum trophaeo

    Il tema del presente concerto è mutuato da una sequenza tropata notata su uno Psalterium Hymnarium del XIII/XIV secolo, conservato presso la Biblioteca Capitolare di Oristano. Inizia con il canto dell’Exultet della Veglia Pasquale, prosegue con i cantici della medesima liturgia che, giova ricordare, è la più antica testimonianza liturgico-musicale di tutto il repertorio gregoriano, e si conclude con il repertorio della messa del Giorno di Pasqua.

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